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Italia

Vengo da una famiglia milanese che è sempre stata povera; mia madre era portinaia, vivevamo in una guardiola e non avevamo nemmeno il bagno. I miei erano comunisti ma non ho mai condiviso le loro idee: il mio credo era più libertario, né Dio né stato né padrone.

Dall’81 all’88 sono stato a Mondo X. Eravamo tutti giovani che avevano fatto il ’68, tossici politicizzati, alimentavamo con la droga in nostro desiderio di una società più giusta. Sono stati anni difficili, prendevamo psicofarmaci perché l’astinenza da eroina ci faceva ammattire.

Quando sono uscito da lì sono diventato etilista cronico. Vivevo in un mondo alcolico, non mi importava di niente e di nessuno.

Ancora oggi non mi spiego perché quella mia parente decise di preoccuparsi per me e per la mia situazione, che sembrava irrimediabilmente compromessa. Sono venuti a prendermi a casa, mi hanno ricoverato con la forza in ospedale. Mi sono disintossicato.
Per vie traverse ho conosciuto quelli della Comunità Papa Giovanni XXIII, che mi hanno detto: “il tuo fisico si è disintossicato, ma ora bisogna pensare alla testa, perché se non metti a posto il cervello presto o tardi ti perderai di nuovo”.

Mi hanno proposto di entrare in una delle loro Comunità Terapeutiche. Io non ero convinto. Avevo già passato 7 anni della mia vita a Mondo X e si era visto come ero finito. Che differenza poteva fare questa? Oltretutto, il SerT (Servizio per le Tossicodipendenze organizzato dal Sistema Sanitario Nazionale, ndr) non era disposto a pagare una retta per un etilista avanti con gli anni.
Ma quelli della Papa Giovanni mi hanno detto – parole precise, me le ricordo ancora, perché hanno dato la vera svolta alla mia vita: “indipendentemente dalla retta del SERT, per te qui c’è posto”.

Capite? Mi volevano comunque. Era una disponibilità completamente disinteressata.

Era il 2008, avevo 58 anni. Sono stato accolto nella Comunità Terapeutica di Lavagna. Lì, in due anni, ho “messo a posto il cervello”. E non solo quello.
In Lombardia, ormai da anni, la Comunità era vicina ai senza fissa dimora che affollavano le strade di Milano. C’era la Capanna di Betlemme, c’era l’Unità di Strada. Una sera mi sono offerto come volontario. Ho iniziato per curiosità, ho proseguito per affinità elettiva.

Chi vive in strada completamente dissociato dalla realtà che lo circonda, è abbandonato a sé stesso, rifiutato dal resto della società in quanto prodotto difettoso. I senzatetto erano come me. O meglio: come una volta ero io.

Gli incontri che ho fatto sulla strada mi hanno aiutato a capire che ero finalmente riuscito a mettere a posto, oltre al fisico e al cervello, anche il cuore. Avevo trovato il mio posto nel mondo, ero circondato da persone che mi volevano bene.
Ecco perché sono rimasto. La Papa Giovanni è la mia famiglia e la Capanna di Betlemme è il mio posto. Sì perché, per me, affinità elettiva significa che le cose bisogna farle fino in fondo e quindi, al termine del percorso terapeutico, ho scelto di spendere quel che mi rimane da vivere insieme alle persone senza fissa dimora.

Per me, il momento di spendermi per quella società che ho sempre rifiutato è arrivato a 60 anni, mettendomi al servizio di quelli che la società rifiuta.

Se avessi avuto una vita normale, a quest’ora ricoprirei probabilmente il ruolo del nonno, ma preferisco pensare a me stesso come un esempio datato… e comunque ho cambiato idea rispetto alla religione: non penso più che ottenebri la mente, ma piuttosto che si la chiave per realizzare un mondo più giusto. È il Padreterno che mi ha messo su questa strada: il mio cammino inizia adesso!

Per continuare ad accogliere chi vive sulla strada, il nostro impegno non basta: serve il tuo sostegno. Aiutaci. Trasformeremo la tua donazione in un pasto caldo, un luogo da chiamare casa, in un punto da cui ricominciare.

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