Andrei e Denis

Casa di accoglienza San Giovanni Battista | Astrakhan, Russia

Andrei e Denis sono ancora nell’ingresso, si stanno scrollando di dosso la neve che ha iniziato a ricoprire, lenta ma inesorabile, le strade e le case di Astrakhan, e già invocano a gran voce la merenda. Mancano solo loro; gli altri sono rientrati prima e stanno facendo un gioco rumoroso con la volontaria che ci aiuta in questo periodo. Io aspetto i due fratelli in cucina, con il tè bollente ed un piatto di biscotti, ansiosa di spiare la loro espressione, sperando di leggere la serenità negli occhi lucidi per il freddo.

Benché la vita non sia mai stata semplice per Andrei e Denis, questo è un momento particolarmente difficile. La loro mamma, Natasha, è ricoverata in ospedale: le hanno diagnosticato la tubercolosi, dovrà essere operata per rimuovere un tubercoloma e poi affrontare una lunga convalescenza – dopo le parole del medico il suo primo pensiero è stato per i figli, cosa che mi ha commossa, perché quando l’abbiamo conosciuta l’istinto materno era, se non assente, decisamente sopito in lei.

Natasha ha bussato alla porta della casa di accoglienza San Giovanni Battista quattro anni fa: teneva due figli per mano, aveva 28 anni e alle spalle un passato che sembra davvero la trama di un romanzo russo. È orfana di entrambi i genitori – la madre è morta per alcolismo, il padre non si sa con certezza; è cresciuta in una catapecchia, ha conosciuto la vita di strada, ha lavorato dove capitava. È rimasta incinta molto giovane, per poi abbandonare quel primo nato; Andrei e Denis sono figli di due uomini diversi, conosciuti successivamente. I due bambini non hanno mai avuto una casa degna di questo nome, ma hanno sempre seguito la madre nei suoi vagabondaggi, vivendo di stenti e soffrendo di una precarietà che non era solo di mezzi, ma anche di affetti.

Le cose sono cambiate da quando, tutti e tre, sono stati accolti nella nostra grande famiglia. La loro vita ha smesso di girare vorticosamente per prendere una direzione precisa, la quotidianità è stata scandita da orari fissi e le giornate sono diventate colorate e calde, riempite dalle voci di tanti fratelli e sorelle acquisiti, profumate dell’aroma dolce e speziato dei biscotti che cuociono nel forno. Andrei e Denis hanno iniziato a giocare, a studiare, a sentirsi finalmente al sicuro, adattandosi alle pieghe della nuova vita con l’elasticità tipica dei bambini; per Natasha è stato più difficile, le sue ferite sono solchi profondi ed ha sempre vissuto in modo conflittuale il rapporto con i figli. A poco a poco però, grazie ad un lavoro paziente, ha capito che essere madre significa assumersi la responsabilità delle creature che si è messe al mondo (o che il mondo ci mette tra le mani). La sua presenza è diventata significativa, tanto che Andrei e Denis sentono ora la mancanza dei momenti in cui si occupava di loro: i compiti, il bagno, il bacio della buonanotte.

Grazie ad un rapporto ormai consolidato, che dura da anni, i due bambini rimangono con noi durante la permanenza di Natasha in ospedale, ed è stata loro evitata l’esperienza devastante dell’istituto per i minori. La nostra attenzione, e la mia in particolare, in quanto mamma “in seconda”, è aumentata in considerazione del momento delicato e della fragilità dei due fratelli. Vigiliamo perché non si riaprano spazi di solitudine, perché Andrei e Denis abbiano la sicurezza di essere in famiglia e perché la vita quotidiana prosegua come al solito: la colazione, la scuola, i compiti; si mangia sempre allo stesso orario, ci si veste in ordine, si va a letto puliti. E si fa merenda, sempre.

 

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