Arber, Arlind, Fabian

Oggi è domenica, che nella casa di accoglienza a Tirana è la giornata più densa della settimana. Non che ci sia mai da star con le mani in mano, qui – io sono arrivato da poco come volontario, ma me ne sono reso conto subito.

I componenti di questa strana famiglia variano a seconda della stagione: in Albania insieme al freddo arriva la pioggia, che cade fitta e si infila sotto i vestiti; la vita di strada diventa ancora più dura e questa casa accoglie tutti quelli che è possibile sistemare nei letti. Ora è dicembre e siamo quasi al completo; la maggior parte degli ospiti se ne andrà con l’arrivo della primavera, mentre rimane più a lungo chi vuole impegnarsi nello studio o nella ricerca di un lavoro, per non tornare più sulla strada. Ovviamente a sostegno di tutto questo esiste un nucleo famigliare, composto da tre pilastri: Arber *, adolescente, che è arrivato con una storia dolorosa come unico bagaglio, Arlind * , che non potrebbe andare da nessun altra parte a causa della sua disabilità, e Fabian *, che è come fosse il padre di tutti.

Molte persone bussano alla nostra porta e chiedono di farsi una doccia, lavare i panni, oppure cercano un consiglio, qualcuno che li ascolti – sono tutti servizi offerti durante la settimana. La sera invece andiamo a cercare coloro che non vengono da noi, insieme a piccoli gruppi di volontari albanesi, per portare qualcosa di caldo, per fare conoscenza, per dire loro che se vogliono sanno dove trovarci.

E poi viene la domenica. Il tavolo della sala da pranzo si allunga e si allarga, le finestre si appannano per la condensa a causa dei fuochi accesi sotto gli enormi pentoloni, in cui bollono il riso pilaf e le zuppe di-tutto-un-po’ – fagioli, cavoli, patate, carne se ce n’è. Tutti sono invitati, l’intera Tirana è invitata a sedere intorno al tavolo, a partecipare a questo pranzo davvero domenicale. Di solito i commensali sono una trentina, habitué oppure persone incontrate per la prima volta durante le uscite in strada serali, e l’impressione è quella che ci si conosca da sempre.

Il pasto è solo una scusa per stare insieme: è un piacere, anzi di più, una gioia ritrovarsi nel calore di una famiglia, chiacchierare delle cose di tutti i giorni, sfidarsi ad interminabili partite a domino. Il pranzo, unito a tutte le altre attività organizzate durante la settimana, aiuta ad instaurare un rapporto basato sulla fiducia, che è il punto di partenza migliore per costruire qualcosa di importante: una vita nuova ad esempio.

Bisogna essere un po’ sognatori, quasi visionari, per vederla dietro ai cappotti sformati, alle barbe lunghe e alle mani bruciate dal freddo di chi siede al tavolo della domenica, ma c’è, è lì, basta solo togliere la polvere che l’ha ricoperta.

 

Per rispettare i ragazzi e la loro privacy i nomi utilizzate in questa pagina non sono reali. Purtroppo la loro storia sì.

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