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Albania | Cucire una nuova vita

Il giorno in cui ho compiuto 18 anni, mio padre mi disse che entro un anno mi sarei dovuta sposare. Dopo pochi mesi fu celebrato il matrimonio, frutto di un accordo tra la mia famiglia e quella di mio marito, come vuole la tradizione. Andai a vivere nel suo villaggio, in un’altra vallata, molto simile a quello in cui ero nata, ma dove non conoscevo nessuno.

Anni dopo, all’improvviso, fummo costretti a scappare: uno dei fratelli di mio marito aveva leso l’onore di molte famiglie del villaggio durante un terribile scontro di armi da fuoco, in cui lui stesso rimase ucciso. Secondo il codice Kanun che ancora vige sulle nostre montagne, tutti i parenti maschi fino alla terza generazione erano in pericolo: si chiama “vendetta di sangue”.
 

Così siamo arrivati qui, in questa povera casa all’estrema periferia di Scutari, con tutti i nostri figli.


La vita è dura, più dura di quella sulle montagne: là non c’era nulla, ma avevamo sempre di che vivere. La terra, gli animali, le arnie, quel che non avevi lo barattavi con altro… ma non è più possibile vivere lassù, il villaggio si è svuotato, la gente torna solo per l’estate a fare le scorte per l’inverno.

Per la verità mio marito trascorre lunghi periodi nella nostra vecchia casa. In solitudine, recluso in segno di rispetto per le famiglie che ancora ricordano l’offesa subita e per non scatenare la vendetta di sangue. Bevendo raki, la grappa fatta in casa. Meglio che lo faccia là che qua.

Io mi sono abituata a cavarmela da sola. Se mi fossi lasciata schiacciare dal peso delle vicende famigliari e della miseria, i primi a pagare sarebbero stati i miei figli.
 

È per loro che ho trovato la forza di rimboccarmi le maniche, per dare loro quel che io mai avevo avuto. Un futuro.

 

La vanga per l’orto, le galline in cortile e la macchina da cucire: la mia ricetta per sopravvivere, gli ingredienti con cui ho tirato grandi i figli.
Conoscevo già le basi del cucito, poi qui a Scutari ho conosciuto le altre donne del progetto “Colori e Stoffe” della Comunità Papa Giovanni XXIII. Ho imparato lavorando: nuove tecniche, nuovi modelli.

Confeziono borse, astucci, tovaglie con le stoffe meravigliose che le mie colleghe tessono a mano, al telaio, come si fa in Albania. Grazie ai proventi del mio lavoro vivo con dignità insieme ai miei figli. I più grandi hanno preso la loro strada; a casa con me sono rimasti i più piccoli.
 

Pur nelle difficoltà, voglio che imparino ad essere onesti, a darsi da fare, a rimanere saldi.


E possono impararlo solo da me, dal mio esempio quotidiano. Dal mio lavoro.
 

A Natale regala ciò che conta davvero, come le tovagliette e i runner tessuti a mano da File e dalle altre donne del progetto “Colori e Stoffe” in Albania.
Sono pezzi davvero unici, perché faranno felici chi li riceve e sosterranno le famiglie più povere dei villaggi e delle periferie. 
Eccoli qui!



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