Giulio

Tutto è iniziato con un panino al salame

Un panino al salame, avvolto per metà in un tovagliolo di carta: la mano che me lo stava porgendo rimaneva ferma, quasi volesse convincermi non solo ad accettarlo, ma anche ad alzare gli occhi che tenevo fissi a terra.


Quella sera ero in stazione, il classico luogo dove vive chi non ha una casa e viene chiamato “senza fissa dimora” – o, se preferite, di chi nessuno vuole vedere e quindi viene chiamato “invisibile”.
 

Una volta mi chiamavo Giulio, ero proprietario di un’azienda tessile, ero sposato e avevo dei figli. Poi l’azienda era fallita, avevo dovuto licenziare i dipendenti, trasferirmi con la mia famiglia in un appartamento minuscolo: il senso di colpa nei confronti di tutti loro mi ha fatto sprofondare in una depressione che ha distrutto in pochi mesi quel che avevo costruito in una vita. Mi sono trovato a vivere per strada, spostandomi sempre più lontano per paura di incontrare gente conosciuta.

Senza più un nome, senza un passato.
Ho smesso di vivere e ho cominciato a trascinarmi.

 

Sono passati degli anni lunghi come secoli. Poi sono arrivato a Bologna e una sera, in stazione, mi è stato offerto un panino al salame. I ragazzi erano parecchi, avevano cibo e bibite, ne avevo visti tanti in tante altre città. Solitamente li scansavo. Questi però non seguivano il solito copione: si sedevano accanto agli invisibili, sui cartoni sporchi, ignorando l’odore pungente, stringendo mani, distribuendo sorrisi. Con alcuni sembravano amici di lunga data, facevano domande specifiche – com’è andato il colloquio con l’assistente sociale, stai prendendo le medicine per questa tosse? In quel momento, in quel luogo pubblico ma anche, per chi lo abita, così privato, non c’erano differenze tra noi e loro.

Decisi di accettare quel panino, mi avvicinai al gruppo e per la prima volta da tempo immemorabile mi sentii di nuovo alla pari della gente “normale”. Mi ricordai di com’era la mia vita prima.

Due settimane dopo sono stato accolto alla Capanna di Betlemme come ospite notturno, dal tramonto all’alba: potevo fare la doccia, sedere ad un tavolo, dormire in un letto. Dopo qualche mese mi dissero che si era liberato un posto e che sarei potuto entrare come accolto residenziale.

Non più solo un riparo la notte, ma un’altra opportunità.
Un progetto di vita – vita, questa parola che avevo smesso di pronunciare.

 

Quando ero in strada, non era la fame a farmi soffrire: il cibo in qualche modo si trova. Quello che fa davvero male – ora lo so – è la solitudine: nessun amico vero di cui fidarsi, nessuno al tuo fianco, nessuno a cui importi di te. In strada ho pensato che la mia vita non sarebbe mai cambiata, che fosse segnata per sempre.

E invece.

Alla Capanna di Betlemme sono nato di nuovo. Ho trovato degli amici: alcuni, gli accolti, avevano sperimentato la mia stessa sorte disgraziata, altri, i volontari, dedicavano il loro tempo a chi pensava di aver perso tutto.

Ho ricominciato a guardarmi allo specchio senza disprezzo, a vedere l’uomo e non più il relitto.


Ho trovato lavoro come magazziniere. Tutto questo, un semplice pasto caldo non te lo dà. Perché questo miracolo accada servono persone che non si limitino a offre un vassoio da dietro un bancone, con i guanti bianchi e la cuffia, ma che si siedano a mangiare di fianco a te la stessa cosa che mangi tu. Senza differenze. Come si fa in una famiglia. Solo così si può davvero rinascere.

Oggi io sono Giulio, ho 45 anni, ho un lavoro, degli amici e un posto nella società. E tutto è iniziato con un panino al salame.


Ogni sera in strada c’è qualcuno in cerca di aiuto.
Il tuo sostegno è fondamentale. La tua donazione diventa pasto caldo ogni giorno, casa, diventa l’opportunità concreta di tornare a vivere. Aiutaci. Dai ci stai?

 


PS: Ti raccontiamo le storie vere delle persone che vivono con noi.
Per tutelarle, le foto non rappresentano necessariamente le persone descritte e i nomi sono di fantasia.

 

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