Jorge

Cile | Un giorno per ricominciare

È stato tanto tempo fa, ma me lo ricordo come fosse ora: avevamo già finito di preparare da mangiare, era quasi ora di pranzo e stavamo apparecchiando. È entrato un uomo con una bottiglia in mano e mi è venuto vicino. Puzzava di sporco e di alcool, aveva la barba in disordine e gli occhi rossi – ma si vedeva che erano occhi buoni.

Di solito, qui al Comedor Nonno Oreste, così si chiama la nostra mensa di Peñalolén, a Santiago del Cile, vale per tutti la regola che ci si presenta sobri. Jorge non era sobrio, ma nemmeno ubriaco, e soprattutto gli si leggeva in viso il bisogno di essere accolto, di trovare un luogo da cui nessuno l’avrebbe cacciato via.

 

Ecco perché l’abbiamo invitato a rimanere, ed ecco perché da quel giorno non se n’è mai andato.
 

Jorge ha sempre vissuto di stenti: orfano di madre e abbandonato dal resto della famiglia quando era ancora un bambino, ha fatto delle strade di Santiago la sua casa e dell’alcool una compagna di vita. Se la cavava come poteva, facendo lavoretti faticosi e malpagati, che gli rendevano appena il necessario per comprare un pastel, uno di quei pasticci dove ci si mette un po’ di tutto.
 

Beveva per non pensare troppo alla sua immensa solitudine. Quel giorno però ci aveva pensato, aveva deciso che ne aveva abbastanza ed era andato in cerca di altro.
 

Quel giorno Jorge ha trovato un pasto cucinato come si deve – prepariamo quasi sempre la cazuela, è vero, ma ogni volta gli ingredienti sono diversi, verdure di stagione, carne di pollo o di manzo oppure pasta... insomma, è comida casera, cucina casalinga, che, si sa, è sempre la migliore!
 

Il Comedor non è altro che questo: la casa di tutti, anche se solo per qualche ora al giorno. E come tale viene vissuta da chi la abita.

 

C’è chi viene a mangiare tutti i giorni, da quindici anni a questa parte, chi si vede di tanto in tanto e chi è solo di passaggio. Ci sono anziani, giovani e perfino bambini. Ci sono gli spazzini che lavorano nella zona, con la loro casacca fluorescente; c’è chi ha una casa e chi vive in mezzo alla strada. Molti, troppi, sono alcolisti.

Jorge, quel giorno, ha appoggiato la bottiglia che aveva in mano sotto una sedia e ha mangiato seduto accanto a me; poi ci ha aiutati a sparecchiare, la lavare i piatti, a riordinare. È stato l’ultimo ad andarsene, quasi volesse gustare fino in fondo quella nuova sensazione, e uscendo ha dimenticato la bottiglia.
La mattina dopo, e quella dopo ancora, Jorge è stato il primo ad arrivare. Senza che nessuno glielo chiedesse, ha iniziato a pulire i pavimenti e i bagni, a raccontarci la sua storia, ad intrattenere gli altri ospiti. Aveva voglia di rendersi utile, di stare insieme. Di essere benvoluto. E tutti gli abbiamo voluto bene, da subito.

Oggi, dopo tanti anni, Jorge è una delle colonne portanti del Comedor Nonno Oreste. Sta sempre in cucina, sbuccia le patate, prepara le verdure e la carne, poi impiatta e si siede a mangiare insieme agli altri ospiti. Riceve un salario che gli permette di affittare una casetta nel quartiere di Peñalolén. Se provate a chiedere a Jorge come sta, lui vi risponde che oggi è felice e che non smetterà mai di essere grato per aver ricevuto una seconda possibilità.
 

Ed è questa immensa gratitudine che lo spinge a raccontare a tutti la sua storia, per convincere più persone possibile che, se ce l’ha fatta lui, allora chiunque può cambiare la propria vita.
 

 

La mensa di strada di Santiago del Cile accoglie ogni giorno 80 persone: offriamo loro il pranzo, la possibilità di passare del buon tempo in compagnia e, quasi sempre, la cena “al sacco” da portare con sé.
Dobbiamo garantire ogni anno più di 30.000 pasti e possiamo farlo solo con il tuo aiuto. La donazione che ci affidi si trasforma non solo in un pasto cucinato con cura, ma anche nel calore con cui accogliamo i nostri ospiti, nell’ascolto, nel conforto. Si trasforma nella possibilità di ricostruire la propria vita.

 



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