Shibu

Ho ricevuto una mamma in più

Io non posso ricordarmelo, me l’hanno raccontato: quando ci è stato aperto il cancello della missione di Chalna avevo 2 anni e pesavo come un sacchetto di riso. C’è una vecchia foto che mi ritrae con gli occhi enormi e la pelle sottile tesa sulle piccole ossa; accanto a me ci sono don Oreste, che in quel momento si trovava in Bangladesh, e Purnima, la mia mamma. È lei che mi ha portato alla missione, spinta dalla miseria e dalla disperazione di vivere da sola il peso della mia disabilità, tra dolore e pregiudizi.



Nella foto lei mi tiene tra le braccia e lui mi allatta con un biberon: ci sono voluti molti mesi perché io riuscissi a berlo tutto, ero gravemente denutrito e all’inizio il mio stomaco rattrappito poteva tollerare solo poche gocce. È stata una corsa per la vita, una rinascita lentissima, di cui il mio corpo porterà i segni per sempre, perché è paralizzato, posso muovere solo i muscoli del viso. Però il cuore e la mente funzionano; vado a scuola, studio, so di essere un miracolo e, soprattutto, sento di essere molto amato.


Mi ricordo di mia madre anni dopo, da bambino, ancora abbastanza leggero da essere trasportato in braccio. Mi ricordo la folta treccia scura, il viso solcato dalle rughe della fatica e della povertà, che però diventava bellissimo quando si avvicinava al mio fino a sfuocarsi. Poco dopo avermi portato alla missione se ne era andata, certa di avermi lasciato ad un destino migliore. Ci è voluto del tempo perché rimarginasse le profonde ferite del suo animo, perché si lasciasse accompagnare dai missionari lungo la strada che la riportava a me. A poco a poco accettò di trascorrere del tempo con questo suo figlio, sempre di più, fino a quando scelse di rimanere con me, condividendo il peso di una responsabilità così grande con Sara.


Sara è l’altra mia mamma. Si prende cura di me da quando io ho memoria – non esistono dei ricordi in cui non è presente, perché lei è quella che quel giorno ci ha aperto il cancello di Chalna e da allora non mi ha lasciato mai. Mi ha allattato e poi imboccato con pazienza infinita, mi ha accompagnato in classe il primo giorno di scuola, mi lava e mi veste ogni mattina, anche ora che ho 18 anni, perché da solo non posso fare nulla.


Per amor mio Sara ha accettato di lasciare la missione in Bangladesh e di tornare in Italia. Dovevo essere operato, perché negli anni la paralisi che inchioda il mio corpo si è aggravata e non riuscivo nemmeno più a deglutire, e lei ha scelto di accompagnarmi. Io so cosa ha significato per lei. Era in missione da quando aveva 20 anni, ha vissuto in Bangladesh per quasi altrettanti e ha avuto moltissimi figli come me – non ci ha partoriti, ma siamo figli suoi. 
Ora siamo in Italia, io frequento le scuole superiori, studio informatica e posso parlare e vedere mia madre Purnima attraverso Skype. Lei sa che sto bene, che sono felice. Mi ha lasciato andare, perché sa che la mia vita in Bangladesh sarebbe sempre in pericolo. Sa che sono forte, ma anche che ho bisogno di cure adeguate. Sara invece si è lasciata dietro tutti per seguire il più fragile. Per seguire me. L’ha fatto perché è mia madre, quella che ho ricevuto in più e che mi ha ridato la vita.



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