Tanassis, Vasilis e...

Grecia | Sentirsi uomini

Stavamo parlando con Kostas, un ragazzo che ormai conoscevamo bene. Non ricordo cosa ci stesse raccontando, ma ricordo bene le parole del suo compagno di marciapiede, che avvicinandosi gli disse: “Cosa fai, parli con loro? Ci porteranno anche da bere e da mangiare, ma tra un po’ se ne vanno a casa a dormire nel letto e ci lasciano qui”. Un pugno nello stomaco avrebbe fatto meno male. Il ragionamento, del resto, non faceva una piega.
 

Allora non sapevamo nemmeno come si chiamasse, ma lui ci aveva osservati con attenzione dal suo angolo buio, forse fin dalla prima volta che ci siamo avventurati, di notte, per le strade di Atene, in cerca delle persone senza fissa dimora.
 

Quella prima notte ne abbiamo viste così tante che, sul pulmino che ci riportava a casa, abbiamo stretto un tacito accordo: da oggi queste sono le nostre persone, perché loro aspettano il nostro ritorno come noi aspettiamo l’incontro con loro. Ed ecco che, a distanza di un anno, di molte notti trascorse in strada, di molti volti e nomi stampati nella memoria, proprio uno di quelli che mai si era lasciato avvicinare ci lanciava l’ennesima sfida:

Siate coerenti fino in fondo in ciò che fate e, se davvero volete stare con noi, portateci a casa.
 

In quella sfida era racchiuso, oggi lo so, il grido di aiuto di Tanassis. Lui, greco di mezza età, ha perso il lavoro a causa della crisi economica che ha devastato il Paese e si è ritrovato in strada dall’oggi al domani. Per sopportare l’umiliazione ha dovuto isolarsi dal resto del mondo, costruendo un muro in cui per molti mesi è stato impossibile fare breccia. Ci abbiamo provato inutilmente, io e gli altri volontari dell’Unità di Strada.
Ogni volta che l’abbiamo cercato, Tanassis ha risposto con un borbottio indistinto al nostro saluto e ha rifiutato con un gesto brusco il sandwich che volevamo offrirgli. Anche quando, sicuri di ottenere una sua reazione, gli abbiamo annunciato che finalmente avevamo aperto la Capanna di Betlemme di Atene:


 

Ora potevamo portarlo a casa con noi, ora c’era un letto pronto per lui!

 

Dopo mesi di ricerche, infatti, avevamo trovato il luogo adatto, un ex bordello diviso in ampi ambienti comuni e molte camere da letto, perfetto per le nostre esigenze. La nuova vita dell’edificio era iniziata nel migliore dei modi: in men che non si dica tutti i letti erano pieni, tutte le sedie intorno al tavolo occupate. Tranne quella di Tanassis.

Quando, finalmente, ha accettato il nostro invito a cena non poteva scegliere giorno migliore. Quella sera in Capanna c’erano anche mia moglie Fabiola e tutti i nostri figli, che per l’ennesima volta ci hanno dimostrato cosa significa essere, davvero, missionari, perché con il loro vociare, la loro tenerezza, il loro sguardo puro, sono riusciti a conquistare Tanassis.
 

Ho visto i suoi occhi cambiare, ho sentito chiaramente il rumore del muro che finalmente crollava, e ho capito che da quel giorno in avanti la sua sedia non sarebbe mai rimasta vuota.
 

La stessa sera Vasilis mi ha detto una cosa che non dimenticherò mai, perché mi ha bucato il cuore. Lui ha 26 anni ed è fuggito da un inferno domestico al quale ha preferito la strada; l’abbiamo trovato che dormiva seduto su una sedia in una cabina sulla spiaggia e oggi vive con noi. Ancora non riesce a capire cosa spinge me, Fabiola e gli altri volontari a fare ciò che facciamo, ma quella sera mi ha detto:
 

“Sai Filippo, ci sono gli uomini e ci sono gli animali, poi ci sono i senzatetto che sono una via di mezzo. Anche io ero così e se fossi rimasto su quella sedia forse non mi sarei mai più sentito un uomo”.
 

 

Come Tanassis e Vasilis, tante altre persone hanno bisogno di un pasto preparato con amore, di un letto, di una doccia e abiti puliti.
Il tuo aiuto è fondamentale per la loro rinascita: hanno bisogno di entrare in una casa dove c’è qualcuno che aspetta il loro ritorno, facendoli sentire uomini.

 



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