Albania

Da bambini ce lo ripetevano continuamente: non mangiate le bacche degli alberi dei paternostri (Melia Azedarach), ché sono velenose! Mi ricordo che quando arrivava l’autunno cadevano e ricoprivano i prati, i bordi delle carreggiate e dei campi. Noi piccoli ci ricorrevamo tirandoci addosso le bacche… chi avrebbe mai immaginato che un giorno sarei andato a raccoglierle per farci dei rosari. Ma d’altro canto, chi avrebbe mai immaginato che, ancora prima di compiere vent’anni, sarei caduto nel giro della cocaina?

A casa non c’è mai stato molto da mangiare. Ogni giorno mia madre metteva dell’acqua a bollire in una pentola e ci buttava le patate, le foglie di cavolo, le erbe di campo, raramente della carne.

Mio padre non c’era. Era rimasto sulle montagne, nascosto in un rifugio che conosceva solo mia madre. La mia famiglia era vittima delle vendette di sangue, perché uno dei miei zii, quando ancora io non ero nemmeno nato, aveva accoltellato un vicino di casa per una questione che riguardava l’uso di un terreno. Così come prevede il Kanun, il codice che regola le consuetudini sociali in Albania, tutti i maschi adulti che portavano il nostro cognome potevano essere uccisi per vendetta da un componente della famiglia rivale.

Mia madre aveva seguito mio padre nella sua fuga per alcuni anni, poi aveva deciso di lasciare le montagne e scendere in città, a Scutari, per dare a noi figli la possibilità di vivere una vita non da fuggitivi. Una vita di stenti. Lei si sciupava gli occhi cucendo fino a tardi, alla luce della sola lampada che c’era in casa.

Io la guardavo dal materasso dove dormivo con i miei fratelli e giuravo a me stesso che un giorno le avrei comprato una casa, dei vestiti, magari anche una macchina.

Pochi anni più tardi, ero diventato uno degli spacciatori di cocaina più abili del nostro quartiere. È uno dei modi più facili e più rapidi per avere dei soldi in tasca. Solo che è un attimo scivolare dall’altra parte e passare dal maneggiare la droga a farne uso. È stata mia madre ad insistere perché andassi a parlare con Cristina. Almeno a parlarci. Non la conosceva, ma un’altra famiglia vittima del Kanun aveva potuto mandare a scuola i suoi figli grazie al suo aiuto.

È così che ho conosciuto la Comunità Papa Giovanni XXIII e ho scoperto che potevano aiutare anche me. A uscire dal giro della droga, a disintossicarmi, a iniziare una nuova vita.

Ho detto di sì. Non per me, per lei, per mia madre. Non mi hanno solo aiutato: sono stato accolto, nutrito, ascoltato, curato. Abbracciato con calore, guidato con amore, passo dopo passo, giorno dopo giorno, lungo questa strada difficile. Come me, tanti altri vivono qui e si impegnano per ricostruire se stessi e un futuro sano e onesto. E le bacche di azedarach? Quando sono mature, io e gli altri ragazzi che vivono qui le raccogliamo, eliminiamo la polpa e mettiamo i noccioli a seccare. Poi li foriamo, li dipingiamo, li infiliamo in una corda intervallati dai nodi. Facciamo i rosari.

Qualche tempo fa sono stato a trovare mia madre e gliene ho portato uno. Se l’è messo al collo e mi ha detto che lo sgranerà ogni giorno pregando per me. Piangeva, ma di gioia.

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