fbpx

Italia

Quando penso alla vita in strada la prima cosa che mi viene in mente sono le ginocchia. Seduto per terra, ne ho viste migliaia passare davanti ai miei occhi annoiati. Tracciavano una linea che delimitava due mondi: quello di sopra, inaccessibile a quelli come me, e quello di sotto, dove ero precipitato dopo il licenziamento.

Era successo tutto in un istante: la perdita del lavoro, la depressione, il gioco. Troppo per mia moglie, la capisco: neanche io avrei voluto che i miei figli crescessero con un padre come me.

Mi sono trovato solo e senza niente, il cuore pieno di rimpianti, rabbia e paura. La schiena rotta, la sensazione di sporco addosso, il pavimento gelato dei portici quando di notte rotolavo fuori dal cartone.

Il tempo, quando vivi in strada, non passa mai. Quando mi davano una moneta, pensavo che quello di cui avevo bisogno non erano soldi, cibo, vestiti. Ringraziavo, ma mi mancava qualcuno che si preoccupasse per me. Ed è arrivato.

Una sera si è avvicinato un ragazzo giovane, con gli occhiali: uno di quelli che stanno dietro una scrivania, non in giro per strada, in mezzo ai “barboni”. Mi ha offerto del tè caldo e mi ha detto: “Vieni domani sera, ti aspettiamo alle 18 al Piazzale Est. Puntuale, mi raccomando!”.
Quella notte non ho dormito. Mai come nei giorni precedenti mi ero sentito vicino a perdere la speranza che un giorno le cose sarebbero cambiate, che quella di strada non sarebbe stata la mia vita per sempre. Quella notte ho capito che ero stato afferrato giusto un attimo prima di cadere, di nuovo e ancora più in basso.

Erano almeno due anni che non mi sedevo su qualcosa di morbido. Guardavo il paesaggio dal finestrino del pulmino che ci stava portando dalla stazione alla Capanna di Betlemme. Per un po’ ho pensato al carrello con le mie cose che avevo nascosto dietro la serranda di un negozio vuoto. Poi ho svuotato la mente. Potevo abbassare la guardia.

Mettere in ordine le ciabatte sotto il letto, aprire un cassetto del comodino, apparecchiare la tavola, chiacchierare mangiando la frutta. Questi gesti li avevo fatti infinite volte, ma ora avevano il sapore di dignità, di normalità, di futuro.

Ho vissuto alla Capanna per 3 mesi: ero in pezzi e mi hanno aiutato a ricostruirmi.
Dopo tanto tempo i miei pensieri non giravano più intorno a dove avrei dormito, cosa avrei mangiato quel giorno. Ora progettavo, sognavo perfino.

È passato solo un anno da quella sera, ma è tutto diverso. Ogni tanto mi unisco ai volontari della Papa Giovanni che ogni sera vanno a cercare chi non li cercherà mai, ma ha davvero bisogno di essere trovato. Dico ai miei compagni di strada che accettano di seguirli di trovare la forza di giocarsela, questa occasione.

Dico ai miei compagni di strada che accettano di seguirli di trovare la forza di giocarsela, questa occasione.

Non questa sera però. Questa sera torno a casa, la mia casa, a cucinare per degli amici che vengono a cena.

Ogni sera in strada c’è qualcuno in cerca di aiuto. Il tuo sostegno è fondamentale.
La tua donazione diventa pasto caldo ogni giorno, casa, diventa l’opportunità concreta di tornare a vivere.

Leggi le altre storie

Gianfranco

Ora ho il cuore a posto
Se avessi avuto una vita normale, a quest’ora ricoprirei probabilmente il ruolo del nonno, ma le cose sono andate diversamente…

Adriana

Tutte le mie cose in una borsa
Stavo chiusa in casa con mia madre, poi ho iniziato a spostarmi da un luogo all’altro, ma senza essere io a decidere dove andare.

Marius

in strada da poco, coi “nuovi”

"Girare le chiavi di casa è ciò che segna la differenza tra l'essere una persona "normale" e l'essere una persona senza fissa dimora..."