Albania

La prima volta che abbiamo invitato a pranzo le persone senza dimora che incontravamo durante l’Unità di Strada, si sono presentati in cinque.

Molti posti apparecchiati sono rimasti vuoti, ma ci eravamo tenuti larghi: non volevamo che nessuno si sentisse inopportuno, o peggio di troppo, nel caso in cui avessimo dovuto aggiungere un piatto in più.

Per lo stesso motivo avevamo cucinato in abbondanza, ma quello non è mai un problema: abbiamo dato a ciascuno qualcosa da portare via per la cena, da condividere con i compagni di strada.

Sono passati solo pochi anni da quella domenica: oggi siamo così tanti che la sala da pranzo della Capanna di Betlemme non riesce ad ospitarci tutti e dobbiamo fare il doppio turno, quaranta alla volta.

C’è un gran via-vai di persone, chi preferisce arrivare presto perché poi ha le sue cose da fare, chi invece tiene a bada la fame per fermarsi dopo pranzo a chiacchierare e giocare a carte. Vengono le persone senza fissa dimora, gli anziani rimasti soli, le donne che ricevono una qualche assistenza dallo Stato ma devono comunque fare i conti con un’estrema precarietà.

Tutti, almeno per un giorno, almeno la domenica, vogliono stare in compagnia e mangiare qualcosa di diverso dalla solita, povera zuppa.

Tirana non guarda in faccia a nessuno, giovane o anziano che sia, nella sua corsa verso l’Europa. Il centro deve essere degno di una città capitale e turistica: le persone indigenti e senza fissa dimora vengono spinte sempre più verso le periferie, mentre l’assistenza pubblica si sta settorializzando.

Io vivo qui da vent’anni: ho visto questo Paese, questa città, cambiare e la sua gente soffrire, lottare per andarsene, lottare per rimanere. Noi della Capanna di Betlemme siamo con loro, ogni giorno, a casa con chi viene a dormire, per strada con tutti gli altri.

Il sabato abbiamo allestito una sorta di centro di ascolto, dove è possibile chiedere informazioni, usufruire del servizio doccia e lavanderia, ritirare il pranzo al sacco – un panino con il prosciutto locale, la frutta e il dolce. Anche qui, all’inizio veniva poca gente, oggi ne contiamo almeno settanta.

E poi arriva la domenica. Io, Piero e i ragazzi siamo in cucina fin dall’alba e sbucciamo, tagliamo, impastiamo, mescoliamo, con i fuochi tutti accesi, il vapore che appanna le finestre d’inverno e un gran caldo d’estate.
Il menù varia a seconda di quello che possiamo permetterci di comprare, che ci viene donato, che ritiriamo al mercato ortofrutticolo.

Per riuscire a mettere tutti a tavola bisogna ragionare come un padre o una madre di famiglia: un occhio alle spese e uno a soddisfare chi mangia – altrimenti, che pranzo della domenica sarebbe?!

Ogni sera in strada c’è qualcuno in cerca di aiuto. Il tuo sostegno è fondamentale.
La tua donazione diventa pasto caldo ogni giorno, casa, diventa l’opportunità concreta di tornare a vivere.

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